Secondo la società di ricerca internazionale Idc, in Italia la spesa aziendale in AI, nel 2019, sarà poco sotto ai 25 milioni di euro. Nell’anno precedente, la spesa era stata di circa 17 milioni. Un aumento del 44% che da un lato promette un futuro luminoso, ma dall’altro potrebbe generare il rischio di banalizzare e inflazionare la corsa a tale tecnologia.

Le aziende desiderano allinearsi con quanto il mercato racconta e propone, ma non si riflette bene sul reale valore che può portare. L’intelligenza artificiale diventa una moda e il rischio è quello di cadere nell’equivoco di adottarla per una questione di immagine. In maniera trasversale i risultati della seconda edizione dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, evidenziano un mercato dell’Ai ancora acerbo e imprese incapaci di cogliere tutte le opportunità a disposizione.

In Italia solo il 12% delle imprese ha portato a regime almeno un progetto di intelligenza artificiale, mentre quasi una su due non si è ancora mossa ma sta per farlo (l’8% è in fase di implementazione, il 31% ha in corso dei progetti pilota, il 21% ha stanziato del budget).

Tra chi ha già realizzato un progetto, ben il 68% è soddisfatto dei risultati e le più diffuse sono quelle di Virtual Assistant e Chatbot.

Progetti ed eccellenze in Italia

L’Università di Siena, ha di recente inaugurato un laboratorio di Ai e accelera sulla ricerca di sistemi conversazionali .

Dal Politecnico di Milano, nasce Flexa, un tutor completamente digitale partorito da una mamma algoritmo. La piattaforma tutor permette a studenti e professionisti di costruirsi un percorso formativo su misura per essere sempre più in linea e compatibili con le richieste del mercato lavorativo. Il sistema è basato sulla piattaforma cloud di Azure e sulle funzionalità di analisi e intelligenza artificiale di Microsoft. Il digital mentor permette a ciascuno, in maniera personalizzata, di fare un test di valutazione delle soft e digital skill e un’autovalutazione di quelle hard. In modo da individuare il gap da colmare per raggiungere gli obiettivi professionali dichiarati.

In base a questo e al tempo a disposizione, Flexa suggerisce “pillole” di formazione quotidiana e una serie di contenuti da approfondire.

Insieme a Flexa, basata su tecnologia Microsoft e realizzata da The Adecco Group c’è Phyd. Anche Phyd utilizza Intelligenza artificiale per aiutare studenti e professionisti a orientarsi nel proprio percorso formativo, professionale e personale, sviluppando nuove competenze e aggiornando quelle già acquisite in tema di lavoro.

L’idea nasce per colmare il cosiddetto skill mismatch tra le professionalità richieste dal mercato del lavoro e le competenze dei candidati.

Realtà tutta italiana è Expert System, fondata negli anni ’90 quando l’intelligenza artificiale era faccenda per pochi. Oggi il gruppo di Modena registra (2018) ricavi per oltre 12,9 milioni di euro e si configura come leader nell’ambito della text analytics e del cognitive computing. Nel portafoglio clienti figurano nomi come Zurich Group, Lloyd’s of London, Intesa Sanpaolo, Chevron, Gruppo Eni, Dipartimento dell’Agricoltura e Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Chiudiamo con il progetto di SDA Bocconi, dal nome fantascientifico D-Avengers. L’obiettivo è quello di traghettare le imprese verso il corretto utilizzo delle nuove tecnologie a disposizione. Le imprese investono in maniera sempre più massiccia in intelligenza artificiale, ma “bisogna essere supereroi per sfruttare appieno le tecnologie che abbiamo oggi”. A parlare è Gloria Gazzano, Presidente Aica Lombardia – l’ Associazione dedicata alla diffusione della cultura digitale in Italia, che aggiunge: “è necessario un progetto complessivo, che non si limiti alla divisione tech, ma coinvolga l’intera organizzazione, dalle risorse umane al management, per individuare gli obiettivi che con l’applicazione della nuova tecnologia si vogliono centrare”.

Un punto sull’Intelligenza artificiale in Europa              

Le aziende europee sono in ritardo nell’adozione di soluzioni basate su big data e advanced machine learning, che sono alla base dell’AI, con un utilizzo inferiore al 12% rispetto alle loro controparti statunitensi. Inoltre, solo il 5% delle aziende europee che implementa soluzioni AI utilizza questi strumenti in circa il 90% della propria organizzazione (contro l’8% negli Stati Uniti). In media, il divario in ambito AI tra Europa e Stati Uniti è pari a circa il 30%. L’analisi è contenuta in un report di McKinsey che tuttavia sottolinea come se i 28 Paesi europei sviluppassero l’attuale potenziale delle soluzioni di AI e lo diffondessero sul territorio, l’intero continente potrebbe accrescere di circa 2.700 miliardi (+19%) il proprio PIL entro il 2030, con ricadute positive anche sull’occupazione.

Di redazioneSparklingRocks