La crisi sanitaria ha impresso una buona accelerazione nel processo di digitalizzazione del nostro paese, ma la strada da percorrere è solo all’inizio. Rispetto ai paesi dell’Europa siamo indietro, sia per lo sviluppo di processi che di utilizzo degli strumenti digitali.

Ey Capri Digital Summit

I modelli di business legati alla ‘data economy’ per l’Italia potrebbero valere almeno 50 miliardi di euro, il 2,8% del Pil. Tuttavia – sebbene il Paese produca circa il 20% dei dati europei, il Paese sfrutta circa un 10% di questo potenziale.

È quanto emerge da un’analisi presentata nella seconda giornata dell’Ey Capri Digital Summit “A New Brave World” Uno studio realizzato da Ey in collaborazione con ICT consulting evidenzia come priorità intervenire su PMI (meno del 30% sfrutta, ad esempio, soluzioni in cloud), PA (ad esempio, per collegare 130.000 sedi con reti VHCN), scuole e ospedali (con soluzioni di prossimità IoT e 5G) ma anche sulle grandi aziende nel sapere stimolare in maniera diversa la domanda di servizi digitali di cittadini e clienti.

“È prioritario fare investimenti mirati, sfruttando anche le opportunità offerte dal Recovery Fund, per accelerare l’evoluzione e l’estensione delle infrastrutture digitali, che consentirebbero di recuperare competitività a livello europeo e superare il digital divide, e per accrescere la cultura tecnologica di imprese e cittadini”, commenta il Med Consulting and People Advisory Services Leader di Ey, Donato Ferri.

A mettere in evidenza altri temi e priorità è il ceo di Fastweb Alberto Calcagno: “Sull’infrastruttura l’Italia ha un piano ben definito, deve avere lo stesso piano anche nella rivoluzione culturale che accompagnerà la rivoluzione digitale, inoltre occorre porre attenzione sulla formazione delle persone”.

Un contesto, quello della digitalizzazione, che abbraccia anche il settore della Difesa. Nel suo intervento il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha, infatti, parlato dell’importanza degli investimenti in campo militare affermando che “spesso il mondo della Difesa anticipa dal punto di vista della Ricerca e della definizione di soluzioni ciò che poi transita nel mondo civile”.

Come ri-aggiustare i propri dati nel web

La carta bollata con sopra delle leggi non basta più a proteggere la privacy dei web naviganti. Servono protocolli capaci di controllare e azioni alla velocità dei bit. Il data sharing e il controllo ossessivo dei dati è forse uno dei problemi più importanti da risolvere, ma la buona notizia è che nuovi modelli di gestione dei dati esistono e che uno switch è possibile. In attesa della “fully homomorphic encryption”, che un giorno ci permetterà d’inviare i nostri dati criptati a qualsiasi algoritmo che possa darci una risposta senza conoscere né i dati né la risposta stessa, già oggi c’è un principio molto semplice che tutti possono applicare: far andare gli algoritmi verso i dati, non viceversa. Questo è uno dei principi alla base di OPAL, un modello sviluppato dal MIT di Boston e promosso, fra gli altri, anche dal Computational Privacy Group dell’Imperial College di Londra. (fonte: sole24ore.com)