Con la nuova amministrazione, capitanata da Biden, gli USA spianano la strada all’accordo globale sulla digital tax che la presidenza italiana del G20 punta a raggiungere entro la metà del 2021.

Gli Stati Uniti hanno ritirato l’opposizione all’idea di introdurre una regolamentazione sulla tassazione per i giganti del web come Google, Amazon e Facebook rinunciando alla clausola del ‘safe harbor‘, il cosiddetto porto sicuro.

“Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti (Janet) Yellen ha annunciato il ritiro della proposta di ‘porto sicuro’ (degli Stati Uniti). E’ stata accolta con favore, è certamente un segnale positivo”, ha riferito un funzionario al termine del summit. I colloqui multilaterali per riformare la tassazione in sede Ocse si erano bloccati dopo che l’ex segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, aveva insistito sulla controversa misura alla fine del 2019.

La trattativa in questo momento si svolge in parallelo su due binari: la determinazione delle basi imponibili nell’economia digitale e l’introduzione di una “global minimum tax”, cioè una aliquota minima per l’imposta sul reddito d’impresa. Il primo pilastro riguarda, dunque, le architetture societarie delle imprese; il secondo le politiche degli Stati, specialmente quelli (come l’Irlanda) che hanno fatto della bassa imposizione corporate una leva per l’attrazione degli investimenti esteri. Il problema esiste ma talune delle terapie proposte sono ben peggiori del male.

La questione, in verità, riguarda tutte le società multinazionali, sebbene nel caso dell’online sia particolarmente evidente. Uno dei principi fondanti dei sistemi tributari moderni sta nel fatto che gli utili vanno tassati nel luogo della produzione. Così, una fabbrica italiana di rubinetti che esporta i suoi prodotti in Germania pagherà le tasse nel nostro paese, perché è qui che essi vedono la luce. Ma quando la produzione riguarda asset immateriali (per esempio, lo sviluppo di linee di codice o la proprietà intellettuale) localizzarne l’origine può diventare complesso.

Insomma, tocca all’Europa far ora valere la propria voce al cospetto USA, per definire una volta per tutte tanto il profilo fiscale delle multinazionali, quanto il ruolo di Paesi come Irlanda, Olanda o Lussemburgo che negli anni erano diventati la nuova “casa” di grandi gruppi pronti a fuggire dalle proprie rispettive sedi nazionali.

Di redazioneSparklingRocks